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Filippo Sensi (Pd): la campagna elettorale sarà avvelenata, tossica e rissosa

Di Elisabetta Mancini

L’Intelligenza Artificiale giocherà un ruolo importante

Qualche giorno di riposo ad agosto per la politica italiana, ma da settembre si punta dritto alle prossime elezioni politiche. Abbiamo incontrato Filippo Sensi, giornalista e Senatore del Partito Democratico, per approfondire il tema della comunicazione politica alla luce della sua lunga esperienza in questo ambito.

Come un esponente politico si prepara ai prossimi mesi di battaglia elettorale e quale è la sua analisi della politica in queste settimane?

La politica in questa fine legislatura è distratta dall’essenziale e invece di occuparsi delle cose che servono alle persone ai cittadini, si occupa di scadenze elettorali, di quando si voterà se ad aprile o settembre. Sono tutti elementi importanti che però distraggono dal significato più vero ed autentico dello stare in Parlamento, cioè cercare di fare cose concrete per i cittadini. Tanto più il dibattito politico destra-sinistra diventa disincantato e legato alle scadenze elettorali, tanto più bisogna impegnarsi per provare a fare fino in fondo quello per cui siamo stati eletti. Non perché siamo di un partito o un altro, ma perchè dobbiamo provare a costruire speranza, fiducia, fatti concreti e misurabili. È questo che mi preme e che dovrebbe premere di più a chi lo ha l’onore di essere in Parlamento.

Come immagina i prossimi mesi sul lato comunicazione?

Purtroppo immagino una campagna elettorale molto avvelenata e intossicata non solo dal clima politico, ma anche dall’Intelligenza Artificiale. Abbiamo visto soltanto un primo vagito di come l’IA entra nella comunicazione politico-elettorale. In questi ultimi giorni il video di Roberto Vannacci (leader di Futuro Nazionale ndr) e sappiamo anche della porosità del nostro sistema tra troll, deep fake, bot, è per queste ragioni che immagino, vista la posta in palio molto alta, una campagna rovente e tossica, piegata alla logica dei social e dell’IA. Una campagna elettorale in cui la volontà e le intenzioni dei partiti politici verranno superate dalle dinamiche e dalle logiche stesse di quelle e che, un tempo, avremmo chiamato la rete. A noi il compito di metterci carburante, ma tutto il resto è già lì, ma potrebbe andare avanti da solo, come fosse una macchina a ciclo continuo. Dunque immagino una campagna elettorale avvelenata, tossica e rissosa il tutto decuplicato dalla forza e dalla potenza delle tecnologie.

La politica è legata a doppio filo ad una comunicazione standard, uguale per tutti gli attori? Se sì è un danno o un miglioramento?

Non credo che la politica sia legata a doppio filo ad una comunicazione standard, anzi la politica cerca di ritagliarsi il proprio profilo, certo ricorrendo a mezzi, strumenti e piattaforme che sono gli stessi per tutti, però ognuno cerca di adattarla al proprio disegno alla propria voce. Ci sono social che somigliamo più di altri ai leader, per cui a quello va bene X, all’altro va bene Instagram, o Tik Tok, quell’altro ancora ha inaugurato l’IA con i video, i deep fake. Credo quindi che, sebbene tutti stiano sulle stesse piattaforme, il tentativo di profilarsi, segmentare e di somigliarsi attraverso l’uso di quella o un’altra piattaforma sia molto massiccio. Poi se questa è un’illusione lo vedremo alla fine.

La disaffezione dei cittadini italiani al voto, a suo giudizio, da cosa è stata determinata?

L’astensionismo non nasce oggi. Purtroppo è una malattia di lunga durata delle democrazie. Certo ha a che fare con le mancate risposte della politica, con il crescente divario tra le persone e il luogo delle decisioni politiche, l’efficacia delle stesse, una individualizzazione della società, la mancata tenuta di una serie di agenzie collettive , diciamo così, che un tempo tenevano, ora non più però, ognuno deve prendere la sua parte di responsabilità e certo una politica che è lontana che è talmente mimetica con quel che è il preteso e supposto elettorato che alla fine è ininfluente, una politica che scimmiotta un ideale tutto disincarnato di elettorato senza risolvere i problemi, parlare con le persone e contaminarsi, ingaggiarsi, senza chiedere e dare conto ovviamente viene vista come superflua, negativa, inutile e dannosa e questa è una questione che secondo me accomuna tutte le forze politiche e sulla quale bisogna riflettere perché l’astensionismo rimane una notizia fintanto che non escono i primi exit pool, le prime due ore di maratona televisiva se ne parla, poi dell’astensionismo non resta più traccia se non profonda invece nei processi sociali, civili e democratici di questo Paese.

C’è la possibilità di riportare anche una piccola percentuale di italiani alle urne?

Non bisogna disperare, ma certo che c’è. Nell’ultimo referendum dove l’astensionismo mordeva, ha sicuramente riportato alcune classi di elettori alle urne, segno che quando ci sono in ballo certe questioni e quando ci si dispone in maniera chiara e netta su temi anche complessi, le persone vanno a votare se pensano che quel voto li riguardi, che sia determinante per il loro futuro o dei loro figli. Non dobbiamo disperare e dare l’astensione come un dato strutturale su cui non si può fare niente, certo che si può fare di può informare e comunicare e fare una politica credibile e affidabile. Penso ci siano tanti modi per ricostruire, riconnettere e ricucire insieme una politica troppo spesso vista come remota e parolaia e i cittadini sfiduciati da questa politica e presi da altro, dalla vita e non dalla scelta elettorale.

La preoccupazione di Papa Leone per le nuove tecnologie e l’IA espresse con straordinaria lucidità nella sua enciclica. 10 anni fa avrebbe immaginato questo scenario?

No, non avrei immaginato questo scenario francamente. Penso che l’IA stia andando ad una velocità enorme che mangia tempo, idee, schemi quasi di sostituzione dell’umano, come se l’umano fosse superfluo come se l’uomo, diceva il filosofo, fosse antiquato. Non si tratta più di uno strumento al servizio, ma è come se disegnasse un mondo in cui l’umano è quasi uno spettatore occasionale e quasi superficiale di una logica e di una dinamica, quella algoritmica, che può prescindere dall’umano prendendo tutti i dati e allo stesso tempo, restituendo un’immagine sempre più a somiglianza con le vanità, gli interessi, le debolezze e le fragilità di chi ci si specchia: uno specchio che ci isola sempre più. Le parole del Santo Padre sono state molto importanti, perché, per tempo, ha detto quali sono i confini, le sfide, i rischi e attorno a quei confini dovremmo muoverci e anche la politica dovrebbe muoversi, piuttosto che non ignorare quei confini superficialmente e pensare di poter andare avanti come se non stesse cambiando tutto.

Lei è un giornalista, è stato protagonista della comunicazione politica a Roma con l’esperienza in Campidoglio. Che anni sono stati? Qualche aneddoto?

Sono stato in Campidoglio tanti anni fa con Francesco Rutelli, è stato un grande onore stare con lui sia nel primo che nel secondo mandato. È’ stato un sindaco straordinario, di cambiamento, ricostruzione e innovazione da ogni punto di vista, anche quello comunicativo. Aneddoti tantissimi. Dal punto di vista della comunicazione ho avuto il privilegio di poter lavorare con Michele Anzaldi senza dubbio il più grande “spin doctor” che abbia mai conosciuto e ne ho conosciuti tanti. Molti bravissimi ma nessuno come Michele capace di vedere e scomporre la realtà in unità comunicative. Un esempio per tutti: Anzaldi arriva a lavorare in Campidoglio nel giorno famigerato della sentenza Priebke, con la scarcerazione del boia nazista. L’idea di Michele, che adesso è norma ma allora fu rivoluzionaria, fu: “spegniamo i monumenti. Roma a lutto”. Pensare a quel colpo di genio di Anzaldi appena arrivato in Campidoglio sono cose che dal punto di vista comunicativo ti capitano una volta al secolo.

La sua esperienza in seno al PD, da politico però. Cosa si sente di aver portato a casa, cosa invece sa che sarà complesso realizzare.

L’unico modo per provare a fare la differenza è provare a fare il proprio lavoro con umiltà e ascolto. Ho provato a lavorare sul tema della salute mentale, la battaglia per il bonus psicologico è stata un pezzo di questo impegno, così come su tanti altri temi sia concreti, sia in termini di diritti umani. Non è importante ricordarsi quello che ho fatto io, ma quello che i cittadini hanno e riescono ad avere grazie al lavoro di queste comunità politiche che sono i partiti e i parlamenti.

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