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Festival culturali estivi: quante donne salgono sul palco e quante scelgono chi ci sale?

(Filly Di Somma)

È il fenomeno che molte studiose definiscono “soffitto di cristallo”: le donne lavorano nella cultura, producono cultura, organizzano cultura, ma incontrano ancora maggiori difficoltà quando si tratta di raggiungere le posizioni in cui si esercita il potere decisionale.

L’Italia è tra i Paesi europei dove la maggior parte dei festival culturali trovano la loro “casa”. Luoghi meravigliosi che fanno da palcoscenico ad eventi culturali sempre più prestigiosi e ammirati da tutto il mondo. Secondo il progetto Italia dei Festival, sostenuto dal Ministero della Cultura, sono oltre 3.000 gli appuntamenti dedicati alle arti tipiche del nostro Paese e che ci distinguono ovunque. Le arti sono molteplici, si parte dalla musica, fino al teatro, passando per il cinema, la letteratura, la fotografia, la danza e le arti performative. Ce n’è per tutti i gusti!

I festival culturali sono un vero e proprio patrimonio per il nostro Paese. Si sa l’estate italiana è la stagione dove la maggior parte di questi eventi si concentrano. Piazze, teatri, castelli e giardini diventano quei luoghi simbolo in cui si raccontano storie e in cui ci si scambia idee, tutto nel sacro nome della cultura. Ma dietro ogni cartellone c’è una domanda che non sempre ci poniamo o che forse per molti la risposta risulta già scontata: chi decide chi merita quel palco? E, soprattutto, quante donne siedono ai tavoli in cui queste decisioni vengono prese?

I festival sono molto di più di un semplice evento messo in cartellone. Salire su un palco significa molto, si ottiene visibilità, autorevolezza e si innescano nuove opportunità professionali. Ecco il motivo per cui è importante osservare chi occupa quei palchi e in particolare comprendere chi c’è dietro chi sceglie chi vi salirà.

Il potere delle direzioni artistiche

Una ricerca pubblicata nel 2025 da Martha Friel e Giulia Alonzo, basata sull’analisi di 80 festival italiani attraverso il database DBFest/TrovaFestival, mette in risalto un aspetto da non sottovalutare ossia che le donne continuano a essere meno presenti nei ruoli decisionali e, in particolare, nelle direzioni artistiche.

La buona notizia è che qualcosa sta cambiando. Sempre più festival puntano l’attenzione verso le questioni di genere, i diritti e una rappresentazione più inclusiva della società. Tuttavia, il percorso è ancora lungo.

Dietro ogni festival c’è una direzione artistica che ha dei ruoli ben definiti: individua gli ospiti, seleziona gli spettacoli, definisce i temi e decide quale idea di cultura raccontare. Chi dirige un festival non si limita a coordinarne l’organizzazione, ma svolge dei compiti molto importanti per il successo dell’evento: contribuisce a stabilire quali narrazioni avranno spazio, quali autrici saranno invitate, quali artisti verranno valorizzati e quali temi entreranno nel dibattito pubblico. Un serbatoio di idee e informazioni molto capiente!

Quando cambiano le persone che decidono, cambiano anche i programmi

 Alcuni festival letterari mostrano già un buon equilibrio tra uomini e donne, mentre in altri settori – come parte della musica dal vivo, del teatro o del cinema – la presenza maschile continua a essere nettamente prevalente. Gli uomini occupano più frequentemente il ruolo di esperti, protagonisti e punti di riferimento. La bilancia quindi pende ancora dalla parte del sesso maschile a discapito di quello femminile. Qualcosa si sta muovendo e quindi emerge che nei festival in cui la governance è più equilibrata aumenta anche la presenza femminile nella programmazione.

Quando le donne partecipano ai processi decisionali, cresce la probabilità che vengano coinvolte più autrici, più studiose, più musiciste, più registe e più professioniste. Un effetto domino su cui va puntata una luce di ottimismo.

Un problema che va oltre i festival

Nel cinema le registe risultano ancora molto meno numerose dei registi; le donne restano sottorappresentate nelle professioni tecniche e continuano a registrare differenze salariali rispetto ai colleghi uomini. Le donne rappresentano circa il 41,4% degli occupati nel cosiddetto “core cultura”. Una percentuale che testimonia una presenza significativa, ma ancora insufficiente se confrontata con quella maschile e, soprattutto, se si osservano i livelli decisionali.

Chi racconta la cultura racconta anche la società

Ogni festival decide quali storie raccontare, quali competenze riconoscere, quali esperienze considerare autorevoli. Se nei luoghi in cui si prendono queste decisioni manca una reale pluralità di sguardi, facendo pendere l’ago della bilancia verso una sola parte, anche il racconto della cultura rischia di essere incompleto.

Per questo motivo sarà interessante osservare i cartelloni estivi del 2026 di alcuni tra i più importanti festival italiani – Festivaletteratura, Taobuk, Festival dei Due Mondi, La Milanesiana e Pordenonelegge – analizzando alcuni indicatori concreti: quante donne figurano tra gli ospiti, quante autrici vengono presentate, quante musiciste e registe trovano spazio, quante direttrici artistiche guidano le manifestazioni e quale sia l’equilibrio tra relatori e relatrici.

La domanda da porsi non è soltanto quante donne salgano su un palco. La domanda è chi costruisce quel palco, chi decide chi sarà ascoltato e chi continuerà, invece, a restare fuori dal racconto pubblico. Non è un discorso di quantità ma di qualità!

La questione, dunque, non riguarda soltanto la presenza femminile nei cartelloni. Riguarda il modo in cui viene costruito l’immaginario collettivo.

Dai festival un cambiamento per la cultura italiana

Non significa sostenere che una donna programmi necessariamente meglio di un uomo. Significa riconoscere che una maggiore diversità nelle direzioni artistiche rende più probabile una programmazione capace di rappresentare la complessità della società contemporanea.

In una società che vuole definirsi realmente democratica, la cultura non può permettersi di essere rappresentata da una sola prospettiva, sarebbe non solo ingiusto ma anche riduttivo. Rendere visibili le donne non significa fare una concessione, ma restituire completezza al racconto del presente e fornendo un “ palcoscenico” – per restare in tema – più ampio e variegato. E forse è proprio da questi festival, luoghi in cui la cultura prende forma davanti al pubblico, che può partire un importante cambiamento capace di influenzare tutto il sistema culturale italiano.

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