Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

UN CONFRONTO CHE LASCIA IL SEGNO - Immagine IA

EVA CONTRO EVA

il conflitto tra donne sul lavoro è spesso il riflesso di un sistema che non ha ancora integrato la cura nella cultura della leadership.

di Francesca Fasani

Quella frase è ancora viva nella mente di chi c’era. Al termine di una riunione di direttivo, in una sala elegante e silenziosa, una manager si rivolge a una collega, da poco rientrata dalla maternità, e lascia cadere parole che pesano come macigni:  «Voi madri avete rotto con questi congedi parentali che non finiscono mai». Silenzio. Gelo. Sguardi bassi. Nessuno interviene. Partiamo da qui, una storia vera, raccontata da Ludovica. È stato un momento sconcertante non solo per la durezza della frase, ma per la sua provenienza: non un commento maschilista pronunciato da un uomo distratto, ma un  attacco diretto tra donne. Da fuori potrebbe sembrare il solito episodio di sessismo travestito da frustrazione organizzativa. Dentro, però, è successo qualcosa di più complesso: si è attivato un non detto profondo, un cortocircuito tra identità professionale e identità personale, tra ambizione e cura, tra diritti e percezioni. La narrativa popolare ama definire tutto questo con un’etichetta apparentemente seducente: “Eva contro Eva”. L’idea che le donne siano naturalmente competitive, portate a sabotarsi, incapaci di fare squadra. Un mito antico, che funziona perché semplifica. Ma le scienze sociali raccontano un’altra storia.


SINDROME DELL’APE REGINA

Il fenomeno che spesso viene evocato in questi casi è la cosiddetta sindrome dell’ape regina: donne che, una volta raggiunta una posizione di potere in ambienti prevalentemente maschili, tendono a prendere le distanze dalle altre donne, talvolta giudicandole con maggiore severità rispetto agli uomini. Non per un’ostilità “naturale”, ma per un meccanismo di sopravvivenza in contesti dove i posti al vertice sono pochi e la legittimazione è fragile. Se lo spazio è limitato, ogni differenza – maternità compresa – può essere percepita come una minaccia.


MATERNITÀ COME PROBLEMA

Ma la frase sui congedi parentali non nasce solo da una dinamica di potere. È figlia di un sistema che continua a considerare la genitorialità, e in particolare la maternità, come un problema organizzativo più che come una dimensione strutturale della società. In molte aziende la gestione dei congedi resta una “zona grigia”: formalmente tutelata, ma culturalmente tollerata a fatica. Qui entra in gioco il carico mentale della cura familiare che ricade ancora in misura prevalente sulle donne. Non si tratta solo di tempo sottratto al lavoro, ma di un’energia costante, invisibile, che accompagna la quotidianità: pianificare, ricordare, organizzare, anticipare bisogni. Quando questo carico non è riconosciuto, si crea un terreno fertile per incomprensioni e risentimenti. Anche tra donne.


I DATI E LA PENALITÀ

I dati confermano che non si tratta di percezioni isolate. Secondo l’ISTAT/Inapp, quasi 4 donne su 10 (39,6 %) considerano la maternità un ostacolo all’ingresso o alla permanenza nel lavoro – contro il 27,4 % degli uomini. Tra le più giovani (18-24 anni), quasi 1 donna su 2 teme che la maternità sia un fattore limitante per la carriera. La cosiddetta “penalità della maternità” incide concretamente sulle carriere femminili: riduzione delle opportunità, rallentamenti salariali, esclusione informale da progetti strategici. Accanto a questo, il maternal wall – il “muro della maternità” – descrive il pregiudizio secondo cui le madri sarebbero meno disponibili, meno ambiziose, meno affidabili. Non importa quanto siano competenti: l’etichetta precede la valutazione.


OLTRE LO STEREOTIPO

Il gelo in sala non era solo imbarazzo. La rivalità tra donne, allora, non è un destino biologico né una predisposizione caratteriale. Il vero nemico non è un’altra donna seduta al tavolo della riunione. È un modello organizzativo che continua a trattare la maternità come un’eccezione da gestire e non come una dimensione da integrare. È un mercato del lavoro che non ha ancora sciolto il nodo tra produttività e cura. È una cultura che premia la disponibilità totale e penalizza chi, legittimamente, non può o non vuole garantirla. “Eva contro Eva” è una formula comoda. Oggi vedere una presidente del Consiglio come Giorgia Meloni in viaggio istituzionale con la figlia Ginevra non è solo un fatto privato: è un’immagine pubblica che scardina un immaginario. Per decenni il potere è stato raccontato come incompatibile con la maternità, come se guidare un Paese richiedesse l’assenza totale di vita familiare. Forse proprio quella scena – una premier che non nasconde la dimensione di madre – può iniziare a narrare un’altra storia: che la cura non è una debolezza, che la leadership non è neutra ma umana, e che il “muro” della penalità della maternità si abbatte anche così, rendendo visibile ciò che per troppo tempo è stato considerato un limite invece che una parte della realtà.

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