Ancora incerta, almeno nell’immaginario, l’etimologia della parola vino. L’origine più accreditata rimanda al latino vinum riconducibile alla radice indoeuropea woino, la stessa del greco οἶνος. Non sono mancate, tuttavia, interpretazioni suggestive. Per alcuni deriverebbe da vis (forza), per altri da vir (uomo) e il nettare appare così indissolubilmente legato alla potenza e alla virilità. Tra le teorie più affascinanti, anche quella che accosta alla dea dell’amore e della bellezza, Venere, la radice sanscrita vena, collegata al desiderio e alla passione. Ipotesi simboliche più che filologiche, ma rivelatrici della carica evocativa attribuita al vino. Il nettare di Bacco, nell’antichità, ha valenza rituale, politica, sociale e simbolica. Ma perché le donne non potevano bere? Quando il vino entra… strane cose escono… e chissà che cosa avrebbe potuto rivelare. Il gentil sesso è trattato, per secoli, come soprammobile, oggetto inanimato che può solo vedere ma mai rivelare… In vino veritas. Uno degli omicidi più efferati della storia avviene nell’antica Roma per mano del cavaliere Egnatius Mecennius. A suo dire, avrebbe trovato la moglie ubriaca una volta tornato a casa e la uccide a bastonate, sistema inusuale poiché a quei tempi le si lasciava morire di inedia. Così viene condotto al cospetto di Romolo, primo re di Roma, il quale delibera che non era importante il modo con cui era stata uccisa la donna bensì che l’avesse fatta fuori. Il vino è sempre stato considerato pericoloso se assunto in grosse quantità. Nei tempi remoti era allungato con l’acqua, altrimenti sarebbe stato simbolo di barbaria o di contesti rituali dionisiaci, dove l’eccesso assume valenza simbolica. I generali romani, una volta conquistato il territorio, erano soliti portare un tralcio di vite in mano per dimostrare che in quei luoghi sarebbero rimasti per lungo tempo per poterli civilizzare. Il vino impaurisce perché rivela la nostra identità. Ancora prima, nell’antica Grecia, le donne non erano ammesse ai simposi. Soltanto le ἑταῖραι avevano accesso, non necessariamente prostitute. Avevano maggiore libertà di movimento, sapevano danzare, cantare e interloquire, istruite, indipendenti, dalla condizione economica variabile. Tra le più celebri Aspasia, amante dello stratega Pericle, ricordata per intelligenza e la capacità retorica. Figure mitologiche legate al culto di Dioniso sono le Menadi dal greco μαίνομαι (essere in delirio) talvolta confuse con le figlie di Menio, re di Orcomeno, tre giovani disinteressate al culto del dio dell’ebrezza che per vendetta le fa impazzire. Femmine invasate, capaci anche di mangiare carne umana in preda al delirio. A Roma era diffuso l’osculum, il diritto del bacio. La donna veniva “assaggiata” dal proprio marito, padre o fratello per capire se avesse bevuto o meno. Il gentil sesso doveva essere garante della continuità familiare, il vino era simbolo di disinibizione, il controllo strumento di tutela della pudicizia. Con l’avvento del Medioevo la sacra bevanda diventa maggiormente un alimento che un nettare edonistico e spesso più sicuro dell’acqua. Oggi i corsi per sommelier hanno una presenza femminile maggiore di quella maschile. Le donne sono produttrici, assaggiatrici, enologhe, agronome e svolgono il lavoro con competenza e precisione. Ma il nettare di Bacco non indebolisce, se preso in grosse quantità, solo le quote rosa ma anche il sesso forte. Giuditta per salvare la propria gente seduce il generale assiro Oloferne da condurlo all’ebbrezza per poi decapitarlo. Un biblico emblematico episodio. Nel Decamerone di Giovanni Boccaccio fanciulli e fanciulle bevono, si divertono. L’οἶνος è strumento di distrazione contro la terribile peste. Cornice dell’allegra brigata. Il vino, nella letteratura, non è mai neutro quando incontra la figura femminile… Perché le vere donne sono come il buon vino: solo per intenditori.