Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

LA RETE INVISIBILE CHE SALVA MIGLIAIA DI VITE CON I TRAPIANTI

LA DONNA CHE NON DORME MAI

Donazione di organi e volontariato. Da trentatré anni coordina in silenzio i "viaggi della vita" tra ospedali, aeroporti e fusi orari: «Ogni minuto può fare la differenza».

di Nadia Fondelli

È notte fonda. Firenze dorme “sotto un letto di stelle” come recita una nota canzone popolare.
Le strade sono vuote, le luci delle case si spengono una dopo l’altra. In un appartamento come tanti, però, una finestra resta illuminata. Dietro quella luce c’è Patrizia. Davanti a lei, un computer acceso, un telefono che vibra, un’agenda, quella della sua mente, piena di nomi, orari, destinazioni. A migliaia di chilometri di distanza, in quel momento in un ospedale o in un aeroporto della California, del Canada o dell’Argentina un volontario sta aspettando un volo. Nella stanza buia della notte di un ospedale europeo, una persona è in attesa di un trapianto. Tra quei due punti c’è lei, Patrizia Pieraccini.

È così, da trentatré anni.

In questi giorni, segnati dal dolore e dalle domande sollevate dal caso del piccolo Domenico, l’Italia ha scoperto quanto sia fragile la filiera dei trapianti.
Un sistema in cui basta una leggerezza e non solo un ritardo, un imprevisto, una coincidenza persa, per trasformare una speranza in una tragedia.

Ma dietro quel sistema, invisibile ai più, esiste per fortuna un’eccellenza italiana che oggi è specializzata nella logistica dei trapianti di midollo osseo e cellule staminali. Una rete fatta di volontari altamente specializzati, di scelte, di rinunce, di notti insonni e pasti saltati. E al centro di quella rete c’è Patrizia Pieraccini che ha contribuito, senza clamore, a salvare più di 15.000 vite.

Ogni trasporto è una corsa contro il tempo. I volontari che partono per il mondo le chiamano non a caso “missioni” perché nel più breve tempo possibile si deve andare in qualche angolo del mondo, Perché in poche ore dalla sala operativa bisogna coordinare medici, aeroporti, ospedali, dogane, controlli, volontari. E non si può sbagliare. Un minuto può fare la differenza. La rete che Patrizia coordina è una delle eccellenze meno conosciute del Belpaese. Circa 130 volontari, uomini e donne comuni, “della porta accanto”. Persone che lavorano, hanno famiglie, problemi, stanchezze e che, quando arriva una chiamata, lasciano tutto e partono. Senza essere pagati. Solo per portare un “dono” da chi può darlo a chi lo aspetta. Sono il vicino di casa, l’amico sui social, il collega d’ufficio. E tutti, in qualche modo, fanno riferimento a lei. Patrizia è nata e cresciuta a Firenze. La si può incontrare al parco con il cane, al mercato rionale, al supermercato. Una donna normale.

Chi la vede in fila alla cassa non immagina che, pochi minuti prima, stava riorganizzando un volo da Toronto a Milano o cercando una soluzione alberghiera dopo una cancellazione a Francoforte.
Tra una spesa e una passeggiata, coordina destini.

La sua storia inizia negli anni Novanta.
La trapiantologia italiana muoveva allora i primi passi. Erano gli anni della vicenda di Nicholas Green, il bambino americano ucciso durante una vacanza in Italia, la cui donazione degli organi cambiò per sempre la cultura del Paese.
In quel periodo Patrizia era una giovane manager in carriera. Lavorava nella grande distribuzione. Aveva un futuro già scritto: promozioni, stabilità, sicurezza. Ma in famiglia stava nascendo un’idea.

Il fratello, impegnato nella protezione civile, intuì che serviva una struttura per gestire la nuova emergenza: troppe donazioni, poca organizzazione, rischi enormi. Bisognava inventare qualcosa.

In pochi giorni nacque un’associazione. Nessuna esperienza, pochi mezzi, tanta determinazione.  All’inizio si viaggiava con una sola auto, di notte, anche sotto la pioggia, per accompagnare i medici da un ospedale all’altro. Si dormiva poco. A volte per niente. Si affinava un protocollo che non esisteva ma non ci si fermava. Mai. Con il tempo, le richieste aumentarono e i viaggi diventarono anche internazionali.
Arrivarono i trapianti di midollo osseo, le cellule staminali, le collaborazioni con l’estero. La pressione cresceva. Fu allora che Patrizia dovette scegliere. Continuare una carriera sicura o dedicarsi completamente a quella missione. Lasciò tutto. «Non potevo voltarmi dall’altra parte», dirà anni dopo. Oggi dirige una sala operativa che coordina oltre mille trasferimenti salvavita in tutto il mondo all’anno. I “viaggi della vita”.

Ogni mattina, almeno cinque volontari sono in viaggio. Europa, America, Asia, Sud America. In mezzo: fusi orari, scali, scioperi, tempeste, guasti tecnici e imprevisti di ogni tipo. E poi la fatica. Ci sono volontari che mangiano un panino in piedi in aeroporto, altri che saltano il pasto. Che passano notti su sedili di plastica. E lei li segue tutti. Controlla. Rassicura. Decide.
Se c’è un imprevisto riprogramma itinerari in pochi minuti. Conosce a memoria gli orari degli hub mondiali. Sa chi chiamare, quando e come.
Perché non si può sbagliare. Le cellule staminali hanno una durata limitata. Devono arrivare entro tempi precisi. Se non arrivano, una vita si spegne. Patrizia lo sa. E questo peso se lo porta addosso ogni giorno. «Dietro ogni decisione c’è una persona», ripete. «Non un numero. Una persona». Per questo non dorme mai davvero.

Anche di notte è reperibile. Anche alle tre del mattino risponde. Anche quando è stanca.
Mentre Firenze dorme, lei segue un volontario a Los Angeles, uno a Montreal, uno a Buenos Aires.
Sa che l’imprevisto è sempre in agguato. Un incidente di qualsiasi natura, il traffico bloccato, un volo cancellato e bisogna reagire subito.
Per i volontari è un punto fermo. Una presenza costante. C’è chi racconta che, la sera prima di un prelievo, in una stanza d’albergo lontana da casa, sente il telefono vibrare. È lei.
Un messaggio. Una parola. Un “ci sono”. Come una carezza. Come se fosse lì, a rimboccare le coperte.

Il fratello, Massimo Pieraccini, fondatore del Nucleo Operativo di Protezione Civile Logistica dei Trapianti, è stato insignito della massima onorificenza dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma dietro quel riconoscimento c’è anche lei.
Perché questa non è solo una storia di organizzazione. È una storia di scelte. Di rinunce, di notti insonni e di responsabilità. Patrizia non ama i riflettori, anzi. Non cerca applausi, sotto sotto è timida. Non parla quasi mai di sé. Preferisce restare dietro le quinte.

Ma senza di lei, molte vite non avrebbero avuto una seconda possibilità. Per questo, in questa storia, Patrizia non è dietro ma è al centro. Da trentatré anni, in silenzio. A tenere insieme speranza, coraggio e futuro. Una vita alla volta, fino arrivare all’incredibile numero di 15.000.

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