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LA FORZA DEL CANTO - Immagine IA

PAUSINI: UNA GRANDE VOCE INTERPRETA L’ITALIA

L’ESECUZIONE DELL’INNO DI MAMELI DELL’ARTISTA ROMAGNOLA È STATO UN ATTO DI PRESENZA. UNA VOCE SOLA CHIAMATA A SOSTENERE L’EMOZIONE DI UN SIMBOLO COLLETTIVO, SENZA CEDERE NÉ ALLA NEUTRALITÀ NÉ ALL’ENFASI.

di Mikaela Zanzi

Laura Pausini è un unicum. È una cantante che da decenni si esibisce senza perdere riconoscibilità, senza appiattirsi su modelli esterni, portando l’Italia nel mondo come presenza viva. Il suo pubblico è globale, trasversale e continuo.

Spesso è definita per convenzione critica una “cantante pop”. È una categoria comoda, ma fuorviante. “Pop”, nel linguaggio corrente, viene tradotto come leggero, commerciale, meno nobile. E questa definizione non descrive Laura Pausini: non racconta la sua disciplina vocale, non restituisce il suo percorso, non misura la sua statura internazionale.

Per questo non useremo etichette. Laura Pausini è una cantante. Punto.

A questo si aggiunge un dato senza forzature: negli anni è come se fosse fiorita, non solo sempre più brava ma anche sempre più bella, e quando si arriva a un livello così alto di successo, di esposizione e di riconoscibilità, si hanno gli occhi puntati addosso, e lo sguardo degli altri aggiunge sempre qualcosa di troppo.

Il caso dell’Inno di Mameli lo dimostra. Un brano che nasce con una metrica marziale e una funzione collettiva, pensata per sostenere una coralità più che una prova solistica. Ma quando si esibisce un’interprete del livello della Pausini, si sa che lo strumento canoro che sale sul palco non è neutro: in quel momento la voce, il corpo, il respiro, l’intero apparato vocale diventano strumento di esecuzione con una propria identità sonora inevitabile.

Chiamare Laura Pausini significa accettare che l’esecuzione passi attraverso quella voce, quella estensione, quella capacità espressiva. E se la si chiama in assolo, si accetta anche che un assolo, per definizione, richieda un’interpretazione.

Come si può pensare che una performer di questo livello salga su un palco all’interno del progetto delle Olimpiadi Milano Cortina 2026 e si esibisca secondo una propria interpretazione, senza un impianto condiviso? Quella versione dell’inno è il risultato di un processo lungo, strutturato, provato e approvato: una scelta che riguarda la direzione artistica del progetto, un lavoro di visione che coinvolge arrangiamenti, regia, impostazione musicale e resa complessiva. Nulla è lasciato al caso.

Quando Laura Pausini ha detto che quell’esibizione era preparata da mesi, ha detto la verità; eppure quella spiegazione è passata in secondo piano, perché oggi le spiegazioni tecniche faticano a essere ascoltate.

L’artista contemporaneo non è percepito solo come professionista, ma come figura esposta in prima linea sul piano emotivo, soprattutto attraverso i social, che accorciano i tempi del feedback e amplificano ogni reazione. Un tempo il nutrimento arrivava dal corpo vivo del pubblico, dai concerti, con una distanza che permetteva di metabolizzare anche il dissenso; oggi il ritorno è immediato, numerico, spesso distorto, e trasforma facilmente la critica in una prova identitaria.

Altre voci femminili hanno attraversato lo stesso simbolo. Arisa, nella sua esecuzione dell’inno lo scorso giugno, ha scelto una strada diversa: ha lasciato che l’emozione emergesse apertamente. La voce ha tremato, il respiro si è fatto più corto, e quella lieve instabilità è stata percepita dal pubblico come commozione autentica, come adesione emotiva al momento. Non un errore tecnico, ma un’emozione che si è manifestata dentro la forma, senza riplasmarla.

Nel caso di Laura Pausini, l’emozione sembra aver preso una direzione opposta. Proprio perché siamo abituati a immaginarla come una performer solidissima, quasi invulnerabile, tendiamo a escludere che possa aver provato esitazione in un momento di quel peso simbolico, legato alla propria Nazione, difficilmente neutro per chiunque.

È plausibile leggere quella voce che si espande, che occupa lo spazio, non come puro esercizio di stile, ma come atto di controllo: un modo di attraversare l’emozione senza esporne la fragilità, coprendola con la potenza dello strumento vocale.

Arisa ha tremato, Laura ha mostrato: due risposte diverse allo stesso carico simbolico, entrambe legittime, entrambe profondamente umane prima che artistiche.

E qui il nodo si chiarisce: l’inno è corale, l’assolo è sempre una scelta delicata, soprattutto quando affidata a una donna, e non è un caso che su queste esecuzioni si concentrino critiche che talvolta scivolano nel registro del commento scomposto.

Il paradosso emerge se si allarga lo sguardo: se un Roberto Benigni sale su un palco a recitare la Divina Commedia, nessuno pretende un rispetto filologico della scansione originaria degli endecasillabi; si accetta l’interpretazione perché si riconosce che la performance trasforma la forma senza tradirne il senso.

Il cosiddetto caso Pausini, allora, parla meno di musica e più di noi: della difficoltà contemporanea di tenere insieme forma e sentimento, coralità e interpretazione, competenza e reazione immediata, e del prezzo che pagano proprio le figure che, per talento e successo, diventano superfici di proiezione collettiva.

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