Da pioniera di Giallozafferano alle sfide del futuro: Sonia Peronaci si racconta tra impresa, famiglia e IA
di Jessica Saccone (Vice Direttore)
Dalla nascita di Giallozafferano nel 2006 al successo del suo hub multimediale: la pioniera del food digitale italiano si racconta tra scelte strategiche familiari, il paradosso del divario di genere nell’alta cucina e la sfida dell’Intelligenza Artificiale. Con una certezza: «Il segreto è non snaturarsi mai».
Nel 2006 è nata l’avventura di Giallozafferano. Da dove è arrivata quell’intuizione pionieristica e come avete anticipato un mercato che in Italia ancora non esisteva?
Quando ho iniziato mi sono guardata intorno: in America c’era Martha Stewart e in Inghilterra Gordon Ramsay, personaggi multimediali che facevano tutto tra siti, TV e libri. In Italia non si parlava ancora di social network — il boom di Facebook sarebbe arrivato solo nel 2008 — e online c’era pochissimo, giusto qualche blog e qualche forum. Sapevo che quella moda sarebbe scoppiata anche da noi, così ho voluto creare un vero e proprio “sito” e non un semplice blog, puntando sulla cucina visto che in Italia siamo bravissimi e tutto il mondo ce lo riconosce. La vera svolta è stata l’uso massiccio delle foto e il metodo step-by-step per mostrare l’evoluzione del piatto, una cosa che all’epoca non faceva nessuno (nemmeno Martha Stewart aveva le foto per ogni ricetta). Questa scelta visiva ha abbattuto ogni barriera: ricordo che una chef giapponese mi confessò che, pur non capendo la nostra lingua, riusciva a cucinare perfettamente grazie alle mie foto sequenziali. È stata un’idea intuitiva che è piaciuta subito e ha portato al successo che tutti conosciamo. Alla fine sono arrivata a fare quello che volevo, un passo alla volta e con le giuste aspettative.
Dopo dieci anni di grandi successi, nel 2016 ha scelto di lasciare il brand. Cosa l’ha spinta a uscire da Giallozafferano e a fondare SoniaPeronaci.it?
Sono uscita da Giallozafferano dopo che la società è stata acquisita. Una volta che il brand è diventato molto importante, la nuova proprietà ha giustamente iniziato a dare più attenzione al marchio che non alla mia persona. Ho capito che era il momento di creare qualcosa di mio, dove poter valorizzare la mia figura, e così nel 2016 ho fondato SoniaPeronaci.it. Ho preso uno spazio fisico a Milano dove mi trovo tuttora e lo abbiamo dedicato alla redazione e alla creazione di contenuti per il web. Da lì in poi, con l’esplosione dei social, abbiamo iniziato a lavorare tantissimo su quelle piattaforme, senza mai abbandonare i libri e la televisione.
Il suo nuovo spazio milanese non è solo una redazione web, ma un vero e proprio hub. Qual è la filosofia aziendale dietro questo progetto?
Nel mio spazio multimediale mi dedico a tantissime attività diverse, tra cui il mio corso online Food Passion & Profession, che prevede tre giornate in presenza (due delle quali proprio qui da me) per fare lezioni di fotografia e team building con i corsisti. Credo che diversificare i punti di business sia vitale: è una lezione che ho compreso ancora di più dopo l’esperienza del Covid. Se un canale si ferma o non funziona, ci sono gli altri a sostenerti, non si sa mai. Facendo così, posso dire di essere riuscita a fare esattamente quello che volevo.
Vent’anni fa il concetto di conciliazione tra lavoro e famiglia era ancora più complesso di oggi. Come è riuscita a gestire tre figlie e la crescita di un’impresa?
Oggi le mie tre figlie sono grandi — la più piccola ha 29 anni — ma quando ho iniziato vent’anni fa io e mio marito abbiamo fatto una riflessione importante: non volevo assolutamente lasciarle sole. Per questo motivo, ad esempio, non ho mai voluto aprire un ristorante; non volevo fare quel tipo di vita a discapito della mia famiglia. Abbiamo scelto strategicamente di trovare una location per la redazione che fosse vicina alla loro scuola, in zona. Vivendo a Milano le ragazze erano autonome con i mezzi, ma una volta finite le lezioni venivano da noi in ufficio a mangiare, stare insieme e fare i compiti. Avevamo anche la casa a cinque minuti a piedi dalla redazione: ho organizzato tutto a breve distanza per poterle avere con me durante la giornata. Come imprenditrice ho potuto fare queste scelte e conciliare tutto in modo intelligente, cosa che per un dipendente è purtroppo molto più difficile perché deve adeguarsi.
Il web di oggi è saturo e spesso accusato di essere piatto e pieno di imitazioni. Come si fa a emergere e a mantenere l’originalità?
Trovo che sia abbastanza normale che sul web ci siano delle imitazioni. Moltissimi utenti mi fermano continuamente dicendomi: “Ho imparato a cucinare grazie a te, sei stata la mia maestra”, e io ne sono felice. Seguire le orme di qualcuno che si ammira va benissimo, ma poi bisogna metterci del proprio: la propria personalità, la propria esperienza e il proprio punto di vista. È vero che il mercato oggi è saturo, ma io vedo continuamente emergere persone capaci di parlare di argomenti storici in un modo totalmente nuovo. Penso a Vincenzo Schettini con “La fisica che ci piace”, che ha preso una materia percepita come antipatica e noiosa e l’ha spiegata in modo fresco, giovane e simpatico, ottenendo un successo esagerato. Lo stesso vale per molti professionisti su TikTok, come gli avvocati, che affrontano temi apparentemente pesanti rendendoli intriganti, chiari e vicini alla vita di tutti i giorni. Il linguaggio e l’approccio fresco fanno sempre la differenza.
L’Intelligenza Artificiale sta spaventando molti professionisti della comunicazione e dei contenuti. Lei come vede questa evoluzione tecnologica?
L’IA oggi viene molto demonizzata, ma ricordo benissimo che successe lo stesso anche con l’avvento di internet e del computer, quando c’era gente che si rifiutava persino di imparare a mandare una mail. Per me dipende tutto da come si usa una tecnologia. Pensiamo alla scissione atomica: è stata usata per fare la bomba, ma ha portato anche cose straordinarie e positive. L’IA è un grandissimo aiuto, soprattutto per chi la usa in modo professionale, ma va controllata e monitorata da chi ha già delle competenze. Io che conosco le basi della cucina, se faccio una domanda all’IA e mi risponde una cosa errata me ne accorgo subito; chi è alle prime armi, invece, rischia di fidarsi al cento per cento di un errore. È uno strumento formidabile per chi lavora con la scrittura, a patto di saper dare il prompt giusto per ottenere risultati avanzati. Dobbiamo ricordarci che non sarà l’intelligenza artificiale a rubare il lavoro alle persone, ma lo farà chi la saprà usare bene.
Lei lavora da sempre sia in televisione sia sul web. Che differenze riscontra oggi tra la libertà del mezzo televisivo e le logiche dei social network?
In televisione mi sento da sempre libera nella scelta editoriale e nel proporre le ricette che mi piacciono; è un mezzo che accoglie bene la mia persona e mi permette di arrivare direttamente nelle case di un pubblico molto trasversale, dalle signore ai tantissimi ragazzi giovani che mi seguono. Sui social, invece, oggi bisogna stare attentissimi a dare il “gancio” giusto e a proporre ricette ammiccanti che piacciano a tutti. Molti creator copiano i contenuti virali per una scelta quasi obbligata, legata alla necessità di fare i numeri. Questo meccanismo a volte fa perdere la personalità e spinge a fare delle “paciugate” solo perché attirano l’attenzione. Non so quanta gente poi rifaccia davvero quei piatti a casa, ma i numeri, purtroppo, tendono a prevalere sulla qualità reale dell’offerta. Spesso la colpa è anche delle aziende che scelgono di investire su contenuti non idonei, ma questa è la legge del web. Per quanto mi riguarda, sul web oggi c’è tanto intrattenimento legato al cibo: le persone guardano un video anche se sanno che non faranno mai quella ricetta, semplicemente perché è divertente.
C’è un forte paradosso culturale: le donne cucinano da sempre tra le mura domestiche, ma l’alta cucina resta in mano agli uomini. A che punto siamo con il divario di genere nella ristorazione?
Secondo me c’è ancora tantissimo da fare. È vero che se ne parla di più e che c’è attenzione sul tema, ma viviamo ancora in un mondo generalmente dedicato agli uomini, e lo si vede dalla politica a tutto ciò che accade a livello globale. C’è un forte paradosso culturale: nell’immaginario collettivo arcaico la donna a casa deve occuparsi di tutto, cucina compresa, vivendolo quasi come un dovere. L’uomo a casa cucina per piacere, quando ne ha voglia, senza costrizioni. Quando però la cucina si trasforma in una professione importante, prestigiosa e ben retribuita, subentra prepotentemente il mondo maschile. Gli chef stellati restano in netta maggioranza uomini e le donne sono ancora una stretta minoranza. Inoltre, come ho notato spesso, all’interno di una brigata gli uomini fanno ancora molta fatica a prendere ordini da una donna.
In vent’anni di carriera, qual è la lezione più importante che ha imparato per rimanere credibile agli occhi del pubblico?
Il valore più grande è non perdere mai i propri valori e la propria naturalezza. Nel corso della mia carriera mi è capitato di rifiutare diversi lavori perché non erano nelle mie corde, non rispecchiavano la mia personalità o il mio modo di vedere la cucina. Sono convinta che, alla fine, dire di no a quelle proposte ti aiuti molto di più rispetto ad accettarle. Rifiutare ti permette di mantenere intatta la tua visione, la tua integrità e la tua identità: quando fai le cose tanto per fare e non sei più te stessa, la gente se ne accorge subito perché perdi genuinità. Essere seri, fare bene il proprio lavoro e metterci gioia è l’unico modo per farsi notare e stimare dal pubblico, specialmente oggi che è difficile trovare persone che abbiano voglia di fare un lavoro duraturo e fatto bene.





