Non è solo una polemica urbanistica fiorentina. E non è nemmeno, semplicemente, la “rivolta dei nobili” raccontata in alcuni quotidiani. Nelle parole del professor Roberto Budini Gattai, urbanista e voce fra le più ascoltate di questa inedita mobilitazione delle famiglie storiche fiorentine, c’è una riflessione molto più ampia che riguarda il destino delle città storiche italiane: il rapporto tra bellezza e profitto e il rischio che il patrimonio urbano venga sacrificato alla rendita. «La rendita sulle città storiche, legata ai movimenti turistici e agli investimenti multinazionali, è predatoria», osserva. E da Firenze il discorso si allarga subito all’Italia intera.
Professore, lei parla spesso di una “città alternativa” rispetto a quella guidata dalla finanza immobiliare. Quali principi dovrebbe avere oggi una città storica per rimanere viva e non trasformarsi semplicemente in una destinazione turistica?
«Dovrebbe sviluppare un’idea di città nella sua totalità, trasformando le periferie in città e allentando la pressione sulla città antica, cioè sul centro storico. Cercare di riconoscere dei principi che creino centralità al di fuori dell’area storica, non per consegnare il centro storico al turismo come si è fatto. Non si è creata la città nella periferia e si è trasformato il centro storico nella famosa Disneyland del turismo. Il centro storico secondo me è da preservare, da conservare con grande cura».
Firenze è stata costruita nei secoli da famiglie, istituzioni religiose e comunità. Oggi chi sta davvero costruendo la città contemporanea?
«Oggi sono le forze economiche. Noi abbiamo ereditato quest’idea della smart city, che significa una città capace di attirare i capitali, di essere efficiente, persino accattivante, con tratti di piacevolezza contemporanea affidati agli elementi della modernità, trascurando completamente l’organismo città in generale. La società è modellata su questo principio del massimo profitto, del denaro. Non dico che il mondo sia realmente così: ci sono tantissime associazioni e gruppi di persone che hanno un’idea diversa. Ma non contano, non hanno peso, non fanno parte del gruppo dirigente, delle amministrazioni. Le amministrazioni sono ormai conquistate da quest’ideologia».
Il professore insiste su un punto: il centro storico non è un insieme di monumenti isolati da proteggere uno per uno, ma un organismo complesso, irripetibile, fatto di relazioni, significati, stratificazioni. È questa la grande lezione della città antica, che secondo lui dovrebbe insegnare ancora oggi a progettare la città contemporanea. Non una nostalgia del passato, ma una chiave per il futuro.
In questo quadro si inserisce la mobilitazione delle famiglie storiche fiorentine. Un appello che ha fatto rumore anche per i cognomi coinvolti – tra cui Ruccellai, Corsini, Pucci, Sanminiatelli, Orléans, Marchi – ma che Budini Gattai legge soprattutto come un’assunzione di responsabilità da parte di chi, da secoli, abita e custodisce luoghi simbolici della città. Parla infatti degli “abitanti-custodi”: famiglie che si prendono cura di palazzi, giardini, biodiversità e colture antiche, tutelando patrimoni materiali e immateriali. Un presidio silenzioso ma concreto, lontano dall’idea di una nobiltà puramente decorativa.
Come nasce questa mobilitazione delle famiglie storiche fiorentine che alcuni quotidiani hanno definito la “rivolta dei nobili”?
«Tutto è nato dallo scandalo sollevato da quello che è stato chiamato il Cubo Nero. Ero a pranzo con alcune persone amiche, che poi sono quelle che hanno sottoscritto il documento. Ho fatto notare che il Cubo Nero non è soltanto quello sopra all’ex teatro comunale. Ne stanno nascendo altri: uno è l’ex ospedale militare di via San Gallo, l’altro è l’area delle ex Officine Grandi Riparazioni delle Ferrovie. Su quest’area avevo studiato da docente insieme ad altri e ci eravamo accorti che era estremamente strategica per creare un ponte fra la città antica e una futura città nuova. Non si può riempire: bisogna utilizzare quello spazio vuoto come uno spazio di relazione».
Esiste ancora oggi una responsabilità delle famiglie storiche nei confronti della città?
«Questa è stata un po’ una cartina di tornasole perché continuo a ricevere adesioni anche da altre famiglie storiche. L’idea di dover lasciare un po’ di spazio vuoto, di non dover costruire ma utilizzare quello che già c’è, viene compresa molto facilmente. Anche l’idea della trasformazione tumultuosa della città, fuori controllo, ha allarmato molte persone alle quali ho proposto di fare questo documento. Ma le adesioni arrivano in maniera molto trasversale: insegnanti, colleghi, tassisti, persone molto diverse».
Professore c’è il rischio che città come Firenze diventino scenografie senza più una vera vita urbana?
«Sì, certo. Le aree centrali sono state prese di mira da questi capitali vaganti, perché hanno un valore intrinseco che è quello della rarità. Un centro storico si va a vedere perché presenta delle relazioni uniche che la città contemporanea non ha. Ma nel momento in cui si va a sfruttare tutto ciò, queste caratteristiche si vanno a perdere. Viene fuori una specie di simulacro della città antica».
In un Paese come l’Italia, dove il patrimonio urbano è parte dell’identità culturale del Made in Italy, quale dovrebbe essere oggi il rapporto tra economia, bellezza e qualità nella città?
«La bellezza e il valore vengono dalla qualità delle relazioni spaziali che si riescono a mettere in atto. La lezione antica è fondamentale. Tutto questo crea un’economia indotta, quella di un territorio dove è facile vivere. Ma non si genera socialità e ricchezza costruendo. A volte, anzi, si è costruito troppo e male. Utilizzare il vuoto per modellare quello che è stato costruito dà valore allo spazio e gli dà un senso».
Questo non è un problema soltanto di Firenze?
«No. Milano, Roma, Lecce sono la stessa cosa. Tutte le città che hanno dei centri storici importanti sono sottoposte a questa regola predatoria della rendita pura».
A che punto è oggi questa mobilitazione? Avete trovato ascolto da parte delle istituzioni?
«Aperture no. C’è stato un incontro organizzato da un gruppo, ma secondo me è negativo perché si dà il destro di dire che l’amministrazione ha incontrato la cittadinanza. Non è vero. Non hanno ancora capito la portata delle obiezioni che vengono fatte e la posta in gioco. Vanno avanti quasi in automatico».
Secondo il professore, se le città italiane vogliono continuare a essere non solo marchi economici ma anche racconto di civiltà, la risposta non può limitarsi a hotel, operazioni di lusso e valorizzazioni immobiliari. Deve passare anche da un’altra idea di spazio, di bellezza, di mobilità, di paesaggio, di dignità urbana. In una parola, da un’altra idea di città. Il punto più interessante sollevato da Budini Gattai è forse proprio questo: la città antica non è un ostacolo da piegare al mercato, ma un codice da interpretare. Un libro, dice lui. E come un grande libro non può essere riscritto secondo la moda del momento senza perdere il suo senso.
«Pensi a un libro antico, una commedia di Dante: non si cambiano i versi perché non sono più alla moda. Va conservata così com’è. Lo stesso è la città antica».