Sociologo, già dirigente del Servizio Sanitario Nazionale e oggi libero professionista, Giovanni Cozzolino è ricercatore in neuroscienze ed epigenetica, autore de “Il sistema umano” (2023) scritto con Sabrina Ulivi e presidente dell’Associazione Culturale Ipazia. La sua attività si muove tra ricerca, clinica e formazione, con un focus sulla psiconeuroimmunologia e sul rapporto mente-corpo-cervello. Al centro dei suoi studi c’è una visione originale e radicale: la memoria non è soltanto un fenomeno mentale, ma un evento fisico che lascia solchi nella materia viva – vibrazioni e particelle che incidono microtubuli, acqua coerente e persino DNA. Li chiama furrows, vinili energetici che custodiscono emozioni e percezioni. Una teoria che unisce fisica, biologia e psicologia, aprendo scenari sorprendenti sulla natura dell’esperienza umana.
Dottor Cozzolino, partiamo da qui: lei sostiene che la memoria non sia soltanto un fenomeno cerebrale. Cosa significa, in concreto?
«Per molto tempo la memoria è stata vista quasi esclusivamente come il risultato delle connessioni sinaptiche tra neuroni. Io credo che quella sia solo una parte del quadro. La memoria è anche un fenomeno fisico: vibrazioni e particelle – fononi, biofotoni, elettroni – che, attraversando la materia viva, lasciano tracce permanenti. Queste tracce, che chiamo furrows, si imprimono nei microtubuli, nell’acqua coerente del corpo e persino nel DNA».
Che cosa sono esattamente questi “furrows” e perché li paragona a vinili energetici?
«Non sono depositi passivi di informazioni, ma matrici vive. Ogni furrow è un pattern vibratorio nato da una percezione e consolidato da un’emozione. Quando si riattiva, non riproduce soltanto un ricordo: crea nuovo significato, come una sorgente che continua a generare senso».
Ogni emozione lascia quindi una traccia fisica nel nostro corpo?
«Sì. L’emozione è la prima scrittura che il corpo conosce. Non è soltanto una reazione chimica o psicologica, ma un codice fisico: una vibrazione che imprime un segno nella materia. È la firma energetica di un’esperienza».
Lei parla anche di “spazio-tempo granulare”. Può spiegare questo concetto in modo semplice?
«Alcune teorie della fisica quantistica, come la gravità quantistica a loop, ipotizzano che lo spazio-tempo non sia continuo ma formato da unità discrete, una sorta di tessuto granulare. In questa prospettiva, ogni particella che si muove in questa struttura può lasciare un’impronta. Ciò significa che la memoria non è solo biologica, ma anche una configurazione vibrazionale nella trama stessa dell’esistenza».
In questo modello, quale ruolo ha il sonno?
«Il sonno è il momento in cui i furrows vengono letti, selezionati e intrecciati tra loro. Le onde cerebrali lente del sonno profondo favoriscono la risonanza con le tracce già esistenti, decidendo cosa consolidare e cosa lasciare andare. I sogni, invece, sono un laboratorio creativo dove queste tracce si combinano e si trasformano».
Possiamo dire che il sonno agisca come una sorta di “architetto” della memoria?
«In un certo senso sì. Durante il sonno, la mente e il corpo operano come un unico sistema che riorganizza e armonizza le tracce registrate. È come se un architetto interno selezionasse i materiali migliori e scartasse quelli che non servono più, ridisegnando continuamente la struttura della nostra memoria».
Che impatto ha questa visione della memoria sulla comprensione del comportamento umano?
«Cambia radicalmente la prospettiva. Il comportamento non è una semplice reazione a uno stimolo, ma il risultato di una storia energetica complessa, fatta di migliaia di tracce vibranti che agiscono sotto la soglia della coscienza. Ogni gesto, ogni scelta, è la sintesi di ciò che abbiamo vissuto e registrato».
Se ogni esperienza lascia un segno, cosa significa per l’educazione e la salute?
«Se comprendiamo che ogni vissuto incide fisicamente nella nostra struttura, allora educare diventa un atto di incisione consapevole. Allo stesso modo, curare significa talvolta riaccedere a quei solchi originari e riscriverli».
È possibile “riparare” o trasformare un solco negativo?
«Non si tratta di cancellare, ma di integrare e trasformare. Possiamo dare nuovo senso a ciò che era stato inciso, in modo che diventi una risorsa invece che un vincolo».
Questa teoria come si intreccia con le attuali conoscenze di epigenetica?
«In epigenetica sappiamo che le esperienze possono modificare l’espressione dei geni senza alterare la sequenza del DNA. I furrows potrebbero rappresentare il correlato fisico di queste modifiche, registrando le impronte delle esperienze a livello quantistico e biochimico».
Esistono tecniche pratiche, già oggi, per influenzare la formazione o la riorganizzazione di questi solchi?
«Sì. Tecniche di mindfulness, pratiche di respirazione consapevole, psicoterapia e persino alcune forme di meditazione attiva possono aiutare a riorientare le vibrazioni emotive e a favorire la formazione di nuovi solchi positivi».
Può raccontarci un esempio concreto tratto dalla ricerca o dall’osservazione che renda visibile questa teoria nella vita quotidiana?
«In diversi studi sulla memoria emotiva si è osservato che esperienze particolarmente intense – come un concerto, un evento sportivo o un momento di pericolo – lasciano un’impronta molto più duratura di un’esperienza neutra. Questo perché l’emozione agisce come un amplificatore: intensifica la vibrazione e la profondità del furrow che si imprime nella materia viva. È lo stesso meccanismo che fa sì che, a distanza di anni, possiamo ricordare con estrema chiarezza un istante che ci ha colpiti profondamente, mentre dimentichiamo la maggior parte delle giornate ordinarie».
In una frase, come definirebbe la memoria alla luce del suo lavoro?
«La memoria è la vibrazione che si è fatta forma: l’eco della vita incisa nella materia».