di Barbara Benedettelli
Giulia Veronesi è una delle pochissime donne al vertice della chirurgia toracica in Italia. Direttrice dell’Unità di Chirurgia Toracica Complessa e della Scuola di Specialità dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, è stata pioniera nell’uso della chirurgia robotica per il tumore al polmone, costruendo un percorso di innovazione che l’ha resa un riferimento internazionale.
La sua storia è anche quella di una donna, di una madre, di una figlia: un equilibrio costante tra determinazione, sacrifici e passione. In questa intervista racconta le sue sfide e i suoi sogni.
«La mia scelta è nata da studentessa. Seguii chirurgia generale con il professor Roviaro, che si occupava anche di toracica. Si, ancora a livello apicale siamo pochissime. Come professori ordinari, siamo due. C’è ancora molto da fare per rendere questo mondo più al femminile, anche se oggi tante studentesse scelgono medicina e abbiamo più specializzande donne che specializzandi uomini».
«La mia prima specialità era in chirurgia generale: volevo occuparmi di addome. Ma il mio tutor mi scoraggiò, dicendo che non era opportuno per una donna. Cambiai ospedale, un po’ seccata, e mi occupai di senologia, oggi lo ringrazio. Fui coinvolta in un intervento di toracica e capii che quella era la mia vera passione. Alla fine della specialità si poteva transitare come borsista e mi buttai. Anche lì arrivarono “consigli”: non è una chirurgia per femmine.
È sempre stato un gioco di equilibrismo: non invadere troppo ma non farsi schiacciare. Gli uomini preferivano lavorare con altri uomini: per loro era più semplice crescere, per le donne una fatica in più. Però, a parte frasi o battute, non ho avuto ostacoli ufficiali».
«No. Ho sempre reagito al contrario: Ah sì? Dite così? Allora io vado avanti. Sono sempre stata molto determinata e ho sempre creduto in me stessa».
«La chirurgia robotica è arrivata in Europa nel 2000 e nel mio centro nel 2006, ma non in toracica. Mi ci sono buttata per intuizione, senza sapere che futuro avrebbe avuto. Così mi lanciai in un ambito dove non esisteva quasi alcuna esperienza. Il mio responsabile mi lasciò campo libero, magari con l’idea che non avrebbe portato a molto. Dal 2006 al 2015 sono stata responsabile della chirurgia robotica allo IEO».
«La vecchia guardia era convinta che certi tumori si potessero operare solo con la chirurgia aperta. Ma con dati e collaborazioni internazionali abbiamo dimostrato che il robot funzionava anche nei casi più avanzati. Ringrazio i miei colleghi e maestri americani, nel 2006 ero stata in un centro di New York, il Memorial Sloan Kattering Cancer Center, che aveva pubblicato i primi 34 casi. Quel gruppo è diventato partner in tante ricerche e pubblicazioni: abbiamo descritto complicanze, punti di forza e limiti, definendo dove applicarla e dove no. Da quella fase pionieristica è nata una base scientifica che mi ha portato una certa notorietà non solo in Europa. Sono stata invitata anche in Giappone e negli Stati Uniti».
«Nell’oncologia può capitare che alcuni casi non vadano come sperato e superino le possibilità chirurgiche. Quando succede è una sofferenza, ma si cerca di far vedere sempre una speranza. Le soddisfazioni più grandi invece sono arrivate da patologie molto avanzate del timo. Ricordo un paziente di 40 anni, rifiutato da diversi chirurghi esperti: lo operai radicalmente quindici anni fa e funzionò. Sono momenti che ti ripagano di tutto. Tante soddisfazioni arrivano anche dalle collaborazioni. Con i cardiochirurghi abbiamo trattato un caso che da sola non avrei mai potuto affrontare: un tumore del mediastino che invadeva il cuore. Insieme al professor Maisano lo abbiamo rimosso e ricostruito l’atrio. Dopo quattro giorni il paziente era a casa».
«Per il paziente meno dolore, degenza breve, ripresa rapida, meno complicanze. Per il chirurgo è una macchina sofisticata che amplifica le capacità: movimenti precisi, dissezione accurata, visione tridimensionale. All’inizio la distanza dal paziente è un po’ traumatica, temi di perdere il controllo in caso di complicanza, ma poi diventa quasi una dipendenza: tornare alla chirurgia manuale è difficile».
«Esatto. Lo sviluppo futuro della robotica sarà proprio l’integrazione con l’intelligenza artificiale che può dare la possibilità di identificare strutture, suggerire passaggi, guidare gli step chirurgici nei casi più complessi».
«Non credo, non so quanti anni ci vorranno per strumenti pienamente integrati, ma è la direzione. Intanto stiamo testando una nuova macchina: non più quattro braccia che entrano da punti diversi, ma un unico accesso da cui i bracci robotici si aprono nel torace. Da un mese la usiamo già nei pazienti, sembra promettente».
«Capire che bisogna cambiare strada, quando arrivi a un punto in cui non cresci più, il famoso soffitto di cristallo. Allo IEO avevo costruito quindici anni di ricerche, ma non c’era più spazio per andare avanti. Passai a Humanitas lasciando tutto: doloroso ma necessario. Da lì si aprirono nuove opportunità».
«Mia madre, medico con sei figli, è stata il mio esempio. Io ne ho avuti tre. Li ho avuti senza fermarmi: li portavo ai congressi, li allattavo nelle pause. Ho sacrificato il tempo per me stessa, più che per loro. Ho cercato di stare il meno possibile lontana dall’ospedale perché mi piaceva ed era necessario esserci. Ma nei mesi in cui sono stata a casa, ho mantenuto gli impegni scientifici, studiare e scrivere articoli: ero maniaca della ricerca. Oggi, guardando i miei figli che sono ragazzi meravigliosi, penso di avere avuto fortuna e non aver troppo sbagliato».
«Una vera crisi no. Ma il senso di inadeguatezza sì, costante. Sentirsi inadeguata come madre e come medico. È stato però anche la mia spinta: ogni sfida nasceva dal bisogno di superarlo».
«Sì. Avere un maestro così vicino è stato un privilegio, ma anche un peso. Ho imparato empatia, passione per la scienza, ascolto verso le persone. Ma spesso mi sono sentita trascurata, e soprattutto ho dovuto dimostrare sempre di più. Essere donna e “figlia di” significava doppio pregiudizio».
«Avere ancora la casa piena di persone, vorrei dei nipotini: adoro i bambini. E avere tempo per i miei hobby, lo sport, la lettura e i viaggi. Come medico, il sogno, è creare una squadra di chirurghi autonomi e competenti, di cui avere fiducia e con cui sviluppare progetti innovativi. Siamo vicini a questo traguardo: il mio reparto funziona anche senza di me, e molte idee vengono dai giovani a cui bisogna lasciare lo spazio. Questa è una grande soddisfazione».
«Diversa. Distratta, casinista, vivace. Forse è la reazione al rigore assoluto del lavoro. Sono molto emotiva: piango facilmente, anche con i pazienti. È la parte faticosa del mestiere, ma anche quella che mi tiene umana».
«Seguire i propri progetti senza paura, credere nella propria visione e portarla avanti con determinazione. Non aspettare che qualcuno ti dia il permesso. Costruire passo dopo passo, con autenticità e passione».
