Caso Ranucci-donne: se il silenzio di Odg, Fnsi, Usigrai e femministe diventa imbarazzante
Associazione Giornaliste Italiane
E’ assordante il silenzio degli organi di rappresentanza dei giornalisti di fronte a quanto scritto da Sigfrido Ranucci nel suo libro autobiografico “La Scelta” uscito nel 2024 e portato all’attenzione dell’opinione pubblica nelle scorse ore da Esperia. Partendo dal presupposto che quello che ha scritto il vicedirettore della Rai sia vero- e che dunque abbia realmente avuto una relazione sessuale con una collega svizzera, stagista del programma “Report” che conduce e dirige da anni, e con una fonte che lo aveva contattato per segnalare al servizio pubblico per esporre un caso-, davvero l’ Ordine dei Giornalisti, nazionale e regionale, la Fnsi, l’Usigrai e gli organismi di rappresentanza femminile della stampa e le cosiddette “femministe” non hanno nulla da dire? Davvero tutto può essere derubricato, come ha fatto lo stesso Ranucci nel corso di una intervista, con la battuta “una trombata me la fate fare”?
Foto: screen dal video di Esperia https://www.instagram.com/reel/Dax-E5somOU/
Frase che evidentemente racconta l’idea che Ranucci ha delle donne.
Ci auguriamo almeno che Ranucci, parlando di “Karoline” abbia usato un nome di fantasia e non quello reale di una collega deceduta, della quale espone lo stato di salute (malata di sclerosi multipla), i segreti più privati (violentata da due uomini, essere rimasta incinta e aver abortito) e la morte (investita da un suv).
Tutti elementi così intimi, personali e attinenti alla sfera della privacy da renderla identificabile: quante stagiste non italiane di Report sono state investite da un suv e decedute? Era davvero necessario raccontare lo stato di salute della collega? il codice di deontologia dell’ attività giornalistica parla molto chiaro in merito: nel far riferimento allo stato di salute di una determinata persona, identificata e identificabile deve essere tutelata la dignità, il diritto alla riservatezza e al decoro personale.
Il fatto che sia morta non assolve, anzi rende ancor più grave questa mancanza, soprattutto con l’aggravante che lo stesso Ranucci si trovava in una posizione gerarchicamente più alta professionalmente rispetto alla collega nell’ambito del lavoro nel servizio pubblico.
Ecco perchè, come associazione Giornaliste Italiane non possiamo che sottolineare l’imbarazzo e la perplessità che desta il silenzio dell’ordine dei giornalisti, dei sindacati di categoria e delle associazioni che difendono le donne e i loro diritti.
Ci auguriamo che trovino il tempo di spendere una parola per evitare che qualcuno possa pensare che chi tace acconsente.

