Non è un problema di formazione. Non è un problema di rendimento. I numeri raccontano altro. In Italia le donne rappresentano quasi il 60% dei laureati complessivi e ottengono risultati mediamente superiori ai colleghi uomini: 104,5 su 110 contro 102,6, con una percentuale più alta di completamento degli studi nei tempi previsti (60,9% contro 55,4%). Eppure, quando il percorso universitario si traduce in ingresso stabile nel mercato del lavoro, l’equilibrio si rompe. Il Rapporto di genere 2026 di AlmaLaurea, presentato all’Università di Modena e Reggio Emilia in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, sposta l’attenzione proprio su questo passaggio: dalla performance accademica alla qualità dell’occupazione.
DAL TITOLO AL LAVORO
A cinque anni dalla laurea magistrale, il tasso di occupazione femminile si attesta all’88,2%, contro il 91,9% degli uomini. Un divario contenuto nei numeri assoluti, ma che si traduce in una differenza più marcata sul piano economico: gli uomini guadagnano mediamente il 15% in più. La forbice si allarga ulteriormente in presenza di figli, confermando come la maternità continui a incidere sulle traiettorie professionali. Il tema non riguarda solo l’accesso al lavoro, ma la sua stabilità. Il 57,8% degli uomini a cinque anni dal titolo ha un contratto a tempo indeterminato, contro il 52,1% delle donne. La maggiore esposizione femminile ai contratti a termine incide su carriera, contribuzione e pianificazione familiare.
IL NODO STEM
Il dato sulle STEM conferma una linea di tendenza stabile nel tempo. Nell’area scientifico-tecnologica la presenza femminile è pari al 41,1% (dato 2024), invariato rispetto al 2015, e scende al 36,7% nei dottorati di ricerca. Se nell’area Educazione e Formazione le donne superano il 95%, nei percorsi a più alta specializzazione tecnica la loro quota resta inferiore alla media complessiva. Anche ai livelli formativi più alti si osserva una contrazione: tra i dottori di ricerca le donne si fermano al 49,7%.
IL MESSAGGIO POLITICO
Nel dibattito pubblico è intervenuta la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, che ha scelto di dedicare la Giornata alle studentesse e scienziate iraniane. «L’Iran sta attraversando un momento drammatico. Nonostante questo, molte studentesse hanno scelto lo studio come strada per aprirsi al mondo e costruire il proprio futuro. La loro scelta e il loro coraggio rappresentano un esempio che parla a tutte le giovani», ha scritto su X. La ministra ha ricordato che l’Italia accoglie oltre 14mila studenti e studentesse iraniane, sostenuti da più di 10mila borse di studio, ribadendo che «non esistono ragioni innate o biologiche che impediscano alle ragazze di eccellere nelle STEM: le barriere sono culturali e sociali».
UNA QUESTIONE DI SISTEMA
Il Rapporto non fotografa un arretramento nei risultati formativi, ma una discontinuità tra merito e riconoscimento economico. Le donne studiano di più, si laureano meglio, ma incontrano ancora ostacoli strutturali nel consolidare la propria posizione professionale. Non è una questione simbolica. È una questione di sistema. Quando il capitale umano femminile non viene pienamente valorizzato, il costo non ricade solo sulle singole carriere, ma sull’intero equilibrio produttivo del Paese.