Calvisano ha fatto una cosa piuttosto audace: si è fatta dipingere dagli allievi del Tiepolo… e poi ha continuato tranquillamente a fare il paese di pianura. Senza vantarsene troppo. Già questo dice molto.
STRATI DI STORIA
Siamo nella Bassa bresciana, in un territorio che sembra tutto orizzontale e invece nasconde più strati di storia di quanti ci si aspetti. Dentro la chiesa di San Silvestro, per esempio, convivono opere del Romanino, del Moretto e tele attribuite alla scuola di Giambattista Tiepolo. E come se non bastasse, Gabriele D’Annunzio, passando di qui nel 1921, si innamorò dell’arredo ligneo della sagrestia e se lo portò via per il Vittoriale. Con grande naturalezza.
UN PASSATO CHE NON SI IMPONE
Calvisano, però, non è solo arte appesa alle pareti. È un paese che nasce da lontano: romani, longobardi, franchi. Qui sono state trovate lapidi dedicate a Giove e alle Matrone celtiche, necropoli con centinaia di tombe e persino tracce di ville romane con mosaici. C’è anche chi ha sostenuto, con studi molto seri, che Virgilio potesse essere nato da queste parti. Calvisano non conferma né smentisce. Lascia il dubbio, che è sempre elegante.
SENZA FINZIONI
Per chi ama passeggiare nel passato, il centro storico conserva l’impianto del vecchio castrum, costruito per difendersi dalle incursioni ungare, con mura, porte monumentali e una torre civica che ancora oggi domina l’ingresso. Intorno, portici, vicoli, piazzette: tutto molto ordinato, molto vissuto, zero scenografie finte.
L’INCOMPIUTO RIUSCITO
Spicca il Palazzo Lechi, grande e austero, nato come sogno un po’ ambizioso di castello rurale e rimasto incompiuto. Doveva avere quattro torri, ne ha due. Ma se l’è cavata benissimo lo stesso, diventando uno dei simboli del paese.
DALLE TELE AL CAVIALE
Poi c’è la Calvisano contemporanea: agricola, produttiva, patria del rugby italiano e, sorpresa finale, casa di una delle eccellenze gastronomiche più esclusive al mondo. Qui si produce il Caviale di Calvisano, ottenuto da storioni allevati localmente in modo sostenibile. Uova grandi, pregiate, seconde solo al Beluga. Dalla pala d’altare al caviale, senza perdere coerenza.
IL DOLCE DEL BORGO
E per chiudere in dolcezza, la Torta delle Rose di Calvisano: dorata, profumata, scenografica il giusto. Un po’ come il paese stesso. Da non perdere l’annuale fiera agricola, per apprezzare di più l’umanità del borgo. Calvisano non alza la voce. Mostra, semmai. E lascia che siano gli altri ad accorgersene.