Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

Biennale di Venezia, il padiglione più fotografato non vuol dire “più bello”

C’è una vasca d’acqua nel padiglione austriaco della Biennale di Venezia. Dentro c’è una donna nuda, immersa per ore, che respira attraverso un tubo. L’acqua che la circonda non è acqua di fonte, non è acqua di mare, non è nemmeno acqua piovana raccolta tra i canali di una città che affoga. È il risultato del filtraggio dell’urina raccolta dai bagni chimici posizionati lì accanto, a uso e consumo dei visitatori. Fuori, ogni ora in punto, un’altra donna nuda si arrampica su una corda e si lascia sbattere come un batacchio all’interno di una grossa campana di metallo, finché la faccia non diventa rossa e il disagio non è evidente a tutti. Il pubblico assiste in silenzio. Qualcuno dice che ricorda un’esecuzione. Poi applaude. I video girano su TikTok e Instagram. Il padiglione ha la fila più lunga dei Giardini. Nettamente la più lunga.

E noi dovremmo chiamarla arte?

Il corpo femminile come spettacolo: storia di un equivoco che non tramonta mai

Florentina Holzinger, l’artista quarantenne austriaca che ha firmato questo Seaworld Venice, viene definita dalla stampa europea «la più radicale artista del continente». Il Giornale dell’Arte italiano la celebra come «una star della scena artistica dei nostri giorni». I suoi lavori precedenti quelli più audaci, quelli che non ha portato alla Biennale, dove ha mantenuto, si dice, «una certa cautela» includono spettacoli teatrali in cui le performer, nude, sanguinavano, si masturbavano e defecavano in scena. Prima di entrare, il pubblico veniva avvertito di nudità, sangue, aghi, luci stroboscopiche e violenza esplicita. Il New York Times ha descritto i suoi show come «itineranti e provocatori». Ci diranno che l’arte è anche provocazione, sottintende messaggi di denuncia, sovverte mode e tendenze, tutto bello , tutto vero, ma poi per essere arte c’è la bellezza, qui dov’è?

Noi che per decenni abbiamo combattuto perché i corpi femminili smettessero di essere usati per vendere dentifrici, automobili, birre, profumi, vacanze, elettrodomestici e qualsiasi altra cosa il mercato avesse bisogno di spostare dagli scaffali, noi dovremmo restare in silenzio di fronte a una donna immersa nell’urina altrui e sbattuta come un pezzo di metallo dentro una campana, e chiamarlo atto di liberazione? Dovremmo abbassare lo sguardo, incrociare le mani e applaudire, per non sembrare provinciali, retrograde, incapaci di cogliere la profondità concettuale di un’installazione che puzza, nel senso più letterale del termine?

No. Non ci sembra il caso.

Lo shock come tecnica: vecchia come il mondo, elegante come una réclame di detersivi per profumare i bagni.

La curatrice del padiglione austriaco, Nora-Swantje Almes, ha spiegato con grande franchezza il meccanismo alla base del lavoro di Holzinger: «Lo shock è il primo livello, è messo lì per farti guardare. Quello è il momento in cui il suo lavoro ti adesca. Ma poi ovviamente ci sono molti altri livelli meno superficiali». Già. Lo shock come amo per i pesci. Il corpo femminile come esca. Dove l’abbiamo già sentita, questa storia? La stessa logica, esattamente identica, governa la pubblicità più efficace e più spregiudicata. La differenza è che nell’advertising almeno lo diciamo apertamente, lo chiamiamo col suo nome e non lo travestiamo da critica al patriarcato, o peggio da installazione d’arte contemporanea.  Qui invece il meccanismo è lo stesso, ma viene elevato a manifesto femminista, e ad arte che denuncia. Qui la donna viene immersa nell’urina in nome della denuncia del turismo di massa e dell’innalzamento dei mari. Qui viene sbattuta dentro una campana come critica all’autorità della Chiesa. Tutto nobilissimo. Tutto molto profondo. Tutto – sia detto con rispetto – estremamente comodo per chi guarda, fotografa e poi se ne va a pranzo, ride e commenta, qualcuno ne esce anche un po’ schifato, ma non si dica.

La domanda che ci permettiamo di fare è: chi paga il prezzo di questa denuncia? Chi è il corpo che si sacrifica, che si immerge, che subisce il disagio, che diventa rosso in faccia mentre il pubblico in silenzio osserva? Non è Holzinger stessa lei firma, cura, dirige. Sono altre donne. Donne che scelgono liberamente, certo, e il loro coraggio non è in discussione. Ma la struttura di potere che trasforma quel corpo in messaggio, in simbolo, in contenuto virale, quella struttura merita uno sguardo critico che nessuna delle recensioni entusiastiche sembra disposta a sposare.

“Il più fotografato” non è un complimento. È una diagnosi.

Che il padiglione di Holzinger sia il più fotografato della Biennale non stupisce nessuna di noi. Non stupisce nemmeno un po’. Un corpo femminile nudo ha sempre fermato la gente nei secoli dei secoli, sui calendari delle officine e sulle copertine patinate, nelle chiese rinascimentali e nelle gallerie d’arte contemporanea, sulle strade e sui social media, non è un atto rivoluzionario. Non lo è mai stato.

“Più fotografato” non significa più bello. Non significa più profondo, più necessario, più urgente. Significa che la gente di fronte a una donna nuda si ferma, come si è sempre fermata, e di fronte a una vasca di urina filtrata si sgomenta, ride amaramente, si indigna, commenta, discute. E poi fotografa lo stesso. Perché siamo nell’era del contenuto, non dell’arte. Perché un video che dura trenta secondi e mostra qualcosa di disturbante ottiene milioni di visualizzazioni indipendentemente da quanti livelli concettuali nasconda sotto la superficie. Perché è TikTok, non il Guggenheim. O forse, ormai, non c’è più differenza.

La fila lunghissima fuori dal padiglione austriaco «nettamente la più lunga tra quelle che si vedono girovagando per i Giardini», scrive il Post, è un dato da leggere con attenzione. Non testimonia il successo dell’arte. Testimonia il successo dello scandalo. E lo scandalo, si sa, ha una curva di attenzione breve e verticale: sale in fretta, scende in fretta, lascia poco o niente. Quello che rimane, spesso, è solo il ricordo di aver visto qualcosa che non si doveva vedere. O che si voleva non voler vedere, ma si è guardato lo stesso.

Il femminismo non è questo. O almeno, non solo questo.

Sia chiaro: non stiamo chiedendo un’arte rassicurante, addomesticata, gradevole. Non stiamo invocando il ritorno alle nature morte e ai paesaggi bucolici. L’arte ha sempre avuto il diritto il dovere, a volte di disturbare, di provocare, di strappar via le certezze. Marina Abramović, che in questi stessi giorni è a Venezia con una sua mostra, lo ha fatto per decenni con un rigore e una coerenza che hanno cambiato il modo in cui pensiamo alla performance e al corpo. La tradizione dell’azionismo viennese, da cui Holzinger discende, ha una storia lunga e complessa che merita rispetto. Non siamo qui a fare le anime belle.

Siamo qui a fare una domanda diversa, e più scomoda: questa operazione specifica, in questo momento storico specifico, a chi serve? Cosa sposta, cosa apre, cosa costruisce? Perché una cosa è usare il corpo come strumento di indagine su temi profondi, e un’altra cosa è usarlo come attrattore di folla in un contesto che già di suo fatica a distinguere tra arte e intrattenimento, tra riflessione e consumo.

Per anni abbiamo denunciato che il corpo femminile veniva usato come merce, come superficie, come contenitore di significati che non aveva scelto. Abbiamo combattuto quella logica nei giornali, nelle pubblicità, nei palinsesti televisivi, nelle aule scolastiche. E oggi ci troviamo a dover celebrare la stessa logica perché arriva firmata da una donna, inserita in un contesto istituzionale, corredata di note curatoriali e interviste al New York Times? Il fatto che sia una donna a decidere come usare altri corpi femminili non rende automaticamente femminista l’operazione. Il genere di chi tiene in mano le redini del potere cambia molto, ma non cambia tutto.

Venezia, il turismo e l’urina: una metafora fin troppo esplicita

Va riconosciuto a Holzinger un merito: la coerenza interna del progetto. Seaworld Venice è costruito intorno a Venezia e ai suoi problemi, l’innalzamento dei mari, il rischio di alluvioni, il turismo di massa e i rifiuti che produce. L’urina dei visitatori trasformata nell’acqua in cui è immersa la performer è, in questo senso, una metafora esplicita: i turisti inquinano, consumano, lasciano tracce nel corpo della città. È un’idea, e come idea ha una sua logica. Il problema è che la metafora, per funzionare, ha bisogno che qualcuno ci stia davvero dentro, in quella vasca. Che qualcuno respiri davvero attraverso quel tubo. Che il disagio sia reale, non simulato.

E qui torniamo al punto di partenza: chi è quel qualcuno? È sempre una donna. È sempre un corpo femminile che porta il peso simbolico della denuncia. È sempre una donna che si immerge, che si sbatte, che sanguina, che sopporta. Mentre il sistema nel mondo dell’arte: curatori, critici, istituzioni, e oggi i anche social media, raccoglie l’attenzione, costruisce la narrazione, monetizza lo scandalo.

Noi continuiamo a guardare. E a chiederci quando finirà di sembrarci normale.

(Francesca Fasani)

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