Bassetti avverte sull’inverno: “Influenza aggressiva, 20 milioni a letto. Vaccino da 0 a 100 anni”
Barbara Carbone
Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova, è da anni una delle voci più autorevoli nel campo delle malattie infettive e tra i protagonisti della gestione delle emergenze sanitarie nel nostro Paese. Con lui proviamo a capire che cosa l’Italia abbia imparato dall’esperienza del Covid-19 e quanto sia oggi preparata ad affrontare le prossime emergenze sanitarie.
Professore Bassetti, a più di cinque anni dalla pandemia, il nostro sistema sanitario è oggi più preparato ad affrontare un’eventuale nuova pandemia?
«Secondo i dati che abbiamo, no. Il sistema sanitario italiano oggi è più vecchio di 5 anni, più stanco, più demotivato e anche meno organizzato. Invece di usare questi 5 anni per prepararci e fare tesoro di ciò che è stato fatto bene o male, abbiamo perso tempo a dividerci, facendo una sorta di “caccia alle streghe” su chi avesse preso le decisioni sbagliate. In realtà , non abbiamo fatto nulla di ciò che avremmo dovuto fare. Non abbiamo aumentato i posti in terapia intensiva anzi ne abbiamo meno rispetto al 2019. Abbiamo un piano pandemico che le Regioni stanno declinando ma è molto teorico e poco pratico. Se una nuova pandemia dovesse arrivare domani sera, non saremmo pronti».
Si parla spesso dell’antibiotico-resistenza come di una pandemia silenziosa. Qual è la situazione nel nostro Paese?
«Non è poi così silenziosa. In Italia muoiono ogni anno circa 30.000-40.000 persone per cause legate all’antibiotico-resistenza negli ospedali, nelle RSA o a casa. In tre anni, l’impatto dei batteri resistenti ha causato tanti morti quanti ne ha fatti il COVID-19 (circa 150.000). È una situazione grave perché è insidiosa. Un paziente oncologico, ad esempio, potrebbe sottoporsi alle terapie per il tumore e poi morire a causa di un’infezione da batterio resistente. Purtroppo l’Italia, insieme a Grecia e Romania, è il Paese con la più alta percentuale di germi resistenti a livello europeo. Un triste primato».
A cosa è dovuta questa diffusione di batteri resistenti e cosa si può fare per arginarla?
«È dovuta al fatto che continuiamo a usare male gli antibiotici. Li usiamo male negli ospedali ma li usiamo ancora peggio fuori. C’è un’enorme ignoranza sul tema. Almeno il 30% delle prescrizioni e dell’uso di antibiotici avviene in modo scorretto. Tante persone usano farmaci avanzati trovati nel cassetto, altri pazienti li comprano su internet o li ottengono in farmacia senza ricetta, usandoli anche quando non servono come per esempio nel caso delle infezioni virali. Serve un enorme sforzo culturale nelle scuole, nelle associazioni e tra gli anziani per cambiare questo paradigma. L’antibiotico non è la risposta automatica alla febbre».
Che impatto economico ha questa emergenza sul nostro sistema sanitario?
«L’impatto economico è spaventoso. In Italia registriamo quasi 2.400.000 giornate di degenza ospedaliera in più esclusivamente a causa dei batteri resistenti agli antibiotici. Si tratta di costi enormi, parliamo di numerosi miliardi di euro».
Guardando alla prossima stagione invernale e all’arrivo dell’influenza, quali sono le principali criticità che dobbiamo aspettarci ?
«Osservando la stagione influenzale in Australia, che ci precede, abbiamo visto un numero complessivo di casi minore ma un’influenza più aggressiva con un maggior numero di ricoveri ospedalieri. Circoleranno i ceppi H3N2 e H1N1 e sarà un anno impegnativo. Ci aspettiamo che tra novembre e marzo finiranno a letto tra i 15 e i 20 milioni di italiani».
Di fronte a queste previsioni, quanto può fare la vaccinazione per ridurre l’impatto della stagione influenzale? E a chi dovrebbe essere rivolta con maggiore priorità?
«Per rendere la stagione meno impegnativa bisogna vaccinarsi tutti. Io sono a favore della vaccinazione universale, da 0 a 100 anni. Il vaccino, però, ha scopi diversi a seconda dell’età: per l’anziano e il paziente fragile serve a salvare la vita e a evitare l’ospedalizzazione. Per i bambini e i giovani adulti, invece, funge da assicurazione sulla produttività cioè evita che il bambino perda giorni di scuola e che i genitori debbano assentarsi dal lavoro».
C’è però anche chi considera le infezioni una sorta di “allenamento” per il sistema immunitario e sostiene che sia meglio affrontarle naturalmente. Che cosa c’è di vero in questa convinzione?
«Questa è una stupidaggine immensa e clamorosa. L’influenza fa male. Può causare polmoniti e altre complicanze importanti. Bisogna smettere di diffondere l’idea che prendere infezioni “fortifichi” l’organismo o che mangiare pesce crudo per fare anticorpi contro l’epatite sia una buona idea. Le infezioni, tutte le volte che possono essere evitate, vanno assolutamente evitate».


