IL TATUAGGIO
IN CARCERE
Un libro a più voci esplora il tatuaggio come forma di espressione e DI AUTODETERMINAZIONE negli istituti penitenziari, mettendo a fuoco diritti, rischi e responsabilità delle istituzioni.
a cura di Elisabetta Mancini
Un’indagine che attraversa il confine tra pelle e identità, mostrando come un gesto spesso considerato marginale diventi, in contesti estremi, un linguaggio essenziale. Al centro, la persona detenuta e il bisogno di lasciare una traccia di sé là dove tutto il resto viene sospeso.
Pensato e scritto a tre mani da Daniela Attili, psicologa e psicoterapeuta a indirizzo antropologico esistenziale, Paola Bevere, avvocato e docente in Diritto dell’esecuzione penale e Diritto penitenziario presso l’Università LUMSA di Roma, e Gabriele Donnini, tatuatore della Capitale, il libro indaga le caratteristiche della comunicazione, l’autodeterminazione e l’esercizio di libertà legate alla pratica del tatuaggio, mettendone in luce le implicazioni all’interno degli istituti penitenziari.
Il valore simbolico
Immergendosi nel mondo carcerario, il testo spiega innanzitutto perché per i detenuti – che vivono in una condizione di vulnerabilità e senza adeguate tutele che garantiscano loro sicurezza fisica, psicologica, esistenziale e giuridica – il tatuaggio ha un così elevato valore simbolico: l’immagine stampata sul corpo è l’unica forma tangibile che non può essere sottratta a chi è privato della libertà.
Regole, tecniche e rischi
Dopo aver descritto le fonti normative, le tecniche, gli strumenti utilizzati e alcuni aspetti sanitari, il libro affronta la questione della pratica clandestina, che rende il tatuaggio in carcere molto pericoloso.
Dignità e inclusione
La direzione verso cui dovrebbero lavorare le istituzioni è quella della “riduzione del danno”, sia fisico sia esistenziale. Amomamma invita dunque a riflettere su un fenomeno che riguarda la dignità umana e i diritti fondamentali dei detenuti, con l’ambizioso obiettivo di una convivenza sociale fondata sulla dignità e l’inclusione.